E' il 1927 e siamo a Hollywood nel pieno della age d'or del cinema muto, George Valentin ne rappresenta la punta di diamante, l'attore più acclamato, un'autentica star, divinizzato dal pubblico e dalla stampa, un pò meno dalla critica, ma che importa! Una personalità enorme che difficilmente divide il palco e la gloria con altri, nelle sue brillanti performance duetta con il fedele e intelligentissimo cagnolino che fa piegare in due gli spettatori con le sue mirabolanti evoluzioni, la fama del celebre attore appare intramontabile. Valentin è (in)felicemente sposato con Doris, un bella e statuaria bionda, ma quando incontra casualmente una sua fan, Peppy Miller, tra i due scocca un'intesa molto profonda e particolare. I due recitano pure insieme, ma l'inattesa piega degli eventi finirà per allontanarli. Solo un paio di anni dopo, siamo nell'annus horribilis 1929, la situazione muta radicalmente con l'avvento del sonoro e le quotazioni di George Valentin crollano. L'inarrestabile macchina mediatica vuole facce "nuove" per un cinema "nuovo", serve "carne fresca" per alimentare l'enorme business cinematografico.
Peppy Miller cavalca l'onda della novità e diventa un mito multimilionario, George Valentin, invece, prova ostinatamente a rilanciare il muto e,complice la Grande Depressione, finisce per rimanere senza un soldo. Finisce in malora e valuta il suicidio.
Strana la storia di "The Artist", che per ironia della sorte passa attraverso gli eventi storici, li riattualizza, creando corrispondenze con l'attualità molto particolari. Un film che probabilmente sarebbe rimasto di nicchia, esaltato solo dalla critica, e invisibile al grande pubblico(impietosi in questo senso i paragoni di incassi tra Italia e USA). Ma, come detto, per ironia della sorte, "The Artist" finisce per essere incensato dall'evento più commerciale e mediatico del cinema mondiale, ovvero la premiazione degli Oscar 2012, evento nel quale pesca ben 5 statuette, tra cui "miglior regia" e "miglior film". Ma qual'è la particolarità di "The Artist"? La particolarità sta nell'essere un film muto, proprio quel muto che nella storia del film viene soppiantato dal sonoro, proprio quel muto che viene estromesso e annientato dal trionfo dei suoni. Una sorta di rovesciamento, di scambio di ruoli, un ritorno alla poeticità dell'espressioni facciali e la mimica corporale, dei cartelli che compaiono improvvisamente con le battute dei protagonisti, accompagnati da un sottofondo musicale espressivo ed incessante, con l'intramontabile bianco e nero e le luci che seguono la logica "smarmellante" di borissiana memoria. Si può fare dietrologia a iosa sul trionfo di un piccolo film muto nella notte più glamour del cinema: ricerca di un'autenticità che nell'era del 3D rischia di perdersi? Un'operazione revival per scongelare vecchie pellicole e accapparrarsi i diritti d'autore? E' davvero un Capolavoro? E' una botta di culo? Chissà! Fatto sta che "The Artist" non passa inosservato, va oltre le ogni illazione e punta dritto al cuore.
La scelta degli attori rasenta la perfezione: il George Valentin di Dujardin nella fisicità ricorda un pò Rodolfo Valentin(o) e un pò Clouseau(i baffetti!) e sulla scena emoziona quando prova a cacciare un urlo disumano che risulta del tutto afono, personificando così l'ineluttabile destino di un'intero movimento cinematografico. Da non dimenticare l'ottima Berenice Bejo che impersona una Penny Miller fuori dagli schemi della classica showgirl anni '20, simpatica, affascinante e mai banale.
"The Artist" era una scommessa rischiosa che Hazanavicius vince a mani basse costruendo un disegno che si compone perfettamente, tra gli attori protagonisti e non(sempre validi Goodman e James Crowell), e una carica di espressività ed emotività ben diluita nei 100 minuti a disposizione, ed in particolare in un finale esaltante. Si, trattasi di Capolavoro. E che importa se è soltanto per una sera, ma "The Artist" si è preso una bella rivincita, storica, quasi epocale(era proprio dal 1929 che un film muto non vinceva l'Oscar), sul cinema ultra tecnologico che da un lato amplia le dimensioni, e dall'altro, come sempre più spesso capita, assottiglia le emozioni.
Scheda film
Regista: Michel Hazanavicius
Anno e Nazione: 2011, Francia
Main Characters: Jean Dujardin, Berenice Bejo, John Goodman
Adieu
sabato 3 marzo 2012
venerdì 2 marzo 2012
Wall-E
Ammetto di averlo visto con un ritardo importante, la storia è piuttosto nota: siamo nel 2805 e il pianeta Terra è ormai disabitato, l'umanità vaga nello spazio da più di 700 anni dentro una crociera interminabile nell'attesa che la Terra, afflitta da un'inquinamento di proporzioni bibliche, torni ad essere abitabile. Il progetto di smaltimento dei rifiuti terrestri varato centinaia di anni prima è ormai fallito, solo un piccolo robottino dalle fragili braccia meccaniche, di nome Wall-E, è rimasto nel tentativo di riordinare il caos di un paesaggio dalle sembianze venusiane. Attorno a lui solo montagne di rifiuti di ogni genere e una vivace blatta sopravvissuta che gli ronza intorno.
Il simpatico Wall-E, costretto all'isolamento da centinaia di anni, inizia a sviluppare comportamenti molto "umani": rivede in continuazione lo stesso musical"Hello, Dolly!", con infantile curiosità utilizza strumenti quotidiani a lui del tutto sconosciuti, e quando incontra EVE, un robot femmina mandato sulla terra alla ricerca di vita,se ne innamora perdutamente manifestandole un affetto non del tutto ricambiato. La missione di EVE, trovata una forma di vita vegetale, termina per fare ritorno sulla immensa nave da crociera, portando con sé, inconsapevolmente, l'intruso Wall-E, che finirà per cambiare le sorti della nomade umanità.
Il lungometraggio della Pixar "Wall-E" prende forma e si muove con grande dignità tra i pensieri di Asimov e Kubrick, infarcendo il tutto con speranze ambientaliste e anticonsumiste, e persino critiche anticapitaliste in quanto l'umanità è governata da una grande azienda commerciale. Insomma un'opera di intrattenimento per bambini, nella quale di certo non mancano gustosissimi siparietti e buffe situazioni, ma anche il tentativo di rendere "Wall-E" non soltanto quello. Prova a guardare oltre, sino agli adulti, gettando un occhio pessimista, quasi distopico, sull'umanità che siamo e che possibilmente saremo. Questa umanità descritta è pigra e obesa, si muove trangugiando cibo in continuazione sdraiata su una poltrona ambulante, che fila dritta e inesorabile su binari già tracciati, mentre osserva irretita uno schermo olografico.
Gli uomini non si guardano più negli occhi, e non comprendono il significato, tra gli altri, di vocaboli elementari come "terra" e "danzare". Si vive in un contesto alienante fatto di invadenti pubblicità, estremamente rumorose e colorate, attorniati da un esercito di servizievoli robot. Proprio questi ultimi adesso hanno il controllo, ecco Asimov, e nel momento in cui l'uomo prova a riprendere la propria posizione di preminenza si ribellano e si ammutinano guidati da un novello HAL 9000, ecco Kubrick, per far capire che senza loro l'uomo non può andare avanti. Ricordandoci che alla fine è solo una bella favola, l'uomo ottimisticamente riesce a rialzarsi, con la stessa fatica di chi si alza dal divano dopo aver dimenticato il telecomando, e con orgoglio riprende in mano il controllo della propria esistenza. Tra un romanticismo senza tempo, una bella e atipica storia di amore, un citazionismo di buona fattura(oltre ai già citati: siamo proprio sicuri che il robot Wall-E non sia scopiazzato da Corto Circuito?), momenti esilaranti e contenuti non da poco, "Wall-E" va oltre la dimensione del "cartone per bambini" e prova, con buoni risultati, ad aprirci un pò gli occhi.
Scheda film
Regia: Andrew Stanton
Anno e Nazione: 2008, USA
Adieu
venerdì 3 febbraio 2012
Nodo Alla Gola
Si sa che il delitto perfetto non esiste, se poi sulla scena del delitto viene organizzato pure un party casalingo le possibilità di venir scoperti aumentano esponenzialmente. Accade così che Brandon e Philipp, due giovani esponenti dell’alta borghesia, probabilmente accomunati da una tenera amicizia, organizzino una cena apparecchiando il tutto su un baule contenente il corpo dell’amico brutalmente ucciso, senza apparente motivo, qualche ora prima proprio con uno strettissimo nodo alla gola. Tra gli invitati anche i genitori e la fidanzata della vittima. La serata scorre tra verbose discussioni filosofiche, è presente anche un loro caro ex professore, in un contesto del tutto surreale, nell’attesa dell’invitato che non arriverà mai, nonostante fosse molto molto vicino agli invitati stessi..
"Nodo alla gola" è in assoluto una delle prove maggiormente virtuose dal punto di vista tecnico della filmografia di Hitchcock: costruito su un solo apparente piano sequenza, gli stacchi ci sono e sono circa 6-7 abilmente nascosti tra le pieghe del film, è inoltre la prima prova a colori per il registra britannico.La maiuscola prova dal punto di vista tecnico non si perde nella sola dimensione estetica: geniali movimenti di macchina che indugiano su determinati particolari servono perfettamente al meccanismo classico della suspence, mettendo in secondo piano persino la scena madre. Il risultato però è perfettamente funzionale al significato della pellicola, la storia si declina in maniera sinuosa e continuativa, che col passar dei minuti stringe sempre più una corda ideale(the rope) al collo dei colpevoli sino allo svelamento finale che prorompe proprio come la rumorosa apertura del baule.
Ispirato a una storia vera il delitto descritto perde nel doppiaggio italiano la dimensione di delitto privo di moventi, solo qualche ambiguità è sollevata da eventuali gelosie interpersonali. Un delitto efferato e totalmente immotivato, che vive dell’ebbrezza del momento e del rovesciamento moralistico che stuzzica la vita dei due giovani e annoiati killer, un pò Paul e Peter ante litteram protagonisti di “Funny Games”.Accanto alle figure dei suddetti “killer per caso” spunta quella dell’ex professore che scopre la loro follia, uno straordinario James Stewart, che nel monologo finale mostra tutto il proprio stupore, rabbia ed orrore per aver dato loro i mezzi culturali per giustificare tal delitto: “Può un uomo poter disporre della vita o della morte di un altro?”. Un beffardo e lungimirante occhio sulla storia dell’umanità intera. Capolavoro.
Etichette:
Alfred Hitchcock,
Borghesia,
Capolavoro,
Classic,
Drama,
Suspence,
Thriller,
USA
giovedì 22 dicembre 2011
Kill Me Please

Mi sento cotanto natalizio che ho deciso di parlare di Morte. Già, proprio la morte è l'assoluta protagonista di questa terribilmente nera commedia belga di Olias Barco. In una clinica privata un pò isolata dal mondo l'innovativo dottor Kruger presta un servizio,lautamente pagato, un pò particolare: ai propri pazienti offre la possibilità di passar a miglior vita, togliendo loro il pesante fardello di doversi assumere tal responsabilità. Beffardo però sarà il destino dei protagonisti, in quanto la Morte sopraggiunge ugualmente, ma sarà lei stessa a decidere quando intervenire.

Il tema trattato, per quanto spinoso, non è affatto frutto di fantasie, anzi in tutto il mondo ormai fioriscono le cliniche che offrono la possibilità di ottenere la cosiddetta"morte dolce", pratica inoltre considerata legale in diversi paesi europei. Come ovvio le discussioni riguardo alla questione sono accese, complesse e quantomai noiose, tanto che preferisco parlare di questo "Kill me please" che dal titolo evocativo sottolinea quella necessità di trapasso verso miglior vita che nel film di Barco affligge quella parte di società che, alla fin fine, conduce un'esistenza piuttosto agiata. Non si ha a che fare con malati terminali che aspettano soltanto che gli si stacchi la spina, ma al contrario tutta una serie di malati del benessere afflitti da sofferenze psicologiche(depressioni) che colpiscono subdolamente nel momento in cui questi non riescono più ad adattarsi a una realtà che non si accetta. Così è, tra gli altri, per la cantante lirica che non può più cantare, o per il possidente che non vuole lasciare la propria "roba" al parentame.
Come immersi in un grande e decadente spleen baudelairiano i nostri antieroi non risultano pietosi per le immani sofferenze fisiche ma al contrario buffi e fuori luogo per le loro pretese. Barco li descrive con compiaciuto cinismo giocando sulle loro debolezze e brutture facendo diventare i clienti della clinica dei topi in trappola, isolati dal resto del mondo, che si sbattono su e giù per la villa arrivando persino a sperare che il buon Dio riservi loro un'altra possibilità quando la morte, quella non voluta, si pone a loro cospetto.
Tra situazioni un pò grottesche e raccapriccianti, e perchè no crude, rimane quella sensazione di avere avuto a che fare con un argomento serio reso maledettamente spiazzante per la sua forma. Non si ride fragorosamente ma si sorride con quel retrogusto un pò amaro che si sente quando si guarda a un'umanità arrivata un pò alla frutta. Con un bianco e nero di maniera, e con qualche passaggio a vuoto nella scrittura, "Kill me please" si propone come un'intelligente e atipica commedia dalle tinte scurissime che segna un altro punto a favore per il recente cinema francofono, tra belgi(?) e francesi, che fa rima con altre commedie di simil fattura, provenienza e cast(quanto spacca Bouli Lanners?!?!) vedi i sorprendenti "Louise-Michel" e "Mammuth".
Link streaming: http://italia-film.com/film-commedia/14926-kill-me-please-subita-2010-streaming-film-videobb.html
Scheda Film
Regia: Olias Barco
Anno e Nazione: 2010, Belgio - Francia
Adieu
venerdì 16 dicembre 2011
Midnight In Paris

L'anno che sta per concludersi non ci ha di certo fatto mancare le grandi firme: da Von Trier a Polanski, passando per Cronenberg, Almodovar, Malick e Ficarra & Picone e qualcun'altro che dimentico, offrendoci risultati un pò alterni con tanto fumo(vero Ficarra & Picone?) e molto poco arrosto. Ma proprio allo scadere ecco che il buon vecchio Allen lascia la zampata giusta, chiaramente non annulla le magagne altrui, però ci riconcilia un pò col buon cinema.
"Midnight in Paris" nasce da un'idea semplice, un sentire comune, un sentimento che nella vita di un essere umano, con maggiore o minore intensità, prima o poi, si finisce per vivere: la nostalgia.
La storia del protagonista Gil Pender, un annoiato sceneggiatore hollywoodiano con velleità da romanziere, è quella di un incontentabile nostalgico che sta per sposare un donna bella e superficiale. Gil sogna di vivere a Parigi in un piccolo attico dalle finestre larghe e passeggiare con la baguette sotto l'ascella(scelta discutibile), lei in maniera molto più netta ha deciso che vivranno in una villa a Malibù, con tanti saluti alle baguette.
Attanagliato da un contesto di scelte di vita non molto allettanti, Gil sente un forte bisogno di evasione e, complice qualche bicchierino di troppo, allo scoccar della mezzanotte, vagando per le vie parigine, si ritrova dentro un locale dove sembra che le lancette del tempo si siano fermate da un pò: gli anni venti del Novecento. Passerà così più e più notti, sempre dopo la mezzanotte, a discutere amabilmente con l'esilarante Dalì e il suo rinoceronte, assistendo alle scenate di gelosia tra i coniugi Fitzgerald, inserendosi nella corsa a tre per il cuore della bella Adriana in lizza con il tracotante Hemingway e l'ossessionante Picasso, facendo leggere le bozze del proprio romanzo a Gertrude Stein, non lesinando consigli sulle rasature ad uno spaesatissimo Bunuel. Allen ci racconta una favola ambientata in una città che di per sé sa di favola, magica e romantica come non mai, abitata da persone che magari non saranno una favola(perchè i milanesi sono simpatici? e i veronesi? e i napoletani?e palermitani?), rievocando un tempo che sa di favola, l'età dell'oro della cultura europea. Il vecchio Woody nella sua "Operazione Nostalgia"prova a rimanere lucido, fa dire ai suoi personaggi che la nostalgia non è altro che negazione di un presente doloroso, facendo notare come non esista un'età dell'oro in sé e per sé, in quanto negli anni venti si guardava alla Belle Epoque, e durante la Belle Epoque si guardava al Rinascimento, in un continuo portare indietro le lancette del tempo per poter ritrovare il proprio posto ideale nell'esistente. Sceglie la propria età dell'oro e con questa fa i conti, si immedesima, prova a togliere la maschera, ma in realtà la ammira come un bambino che si trova per la prima volta in un luna park. 


Passando a cose più umane "Midnight in Paris" restituisce ad Allen l'aura, ultimamente un pò sbiadita, di "Re dei 90 minuti" dopo che gli ultimi salti attraverso le città europee non erano stati poi tutto sto spettacolo. Owen Wilson se la cava più che bene, inizialmente non gli avrei dato due lire, con tanto di movenze alleniane, in un contesto di attori in forma, e sono tanti, come un Adrien Brody/Dalì che in pochissimi minuti si merita la menzione. Ah!! dimenticavo la premiére dame Carlà Brunì! La sua interpretazione è d'impatto, bisogna ammetterlo, lo stesso impatto che ha un moscerino sul parabrezza di un Boeing 747, così tanto per capirci.
Infine piccola nota sulla scena finale tagliata con l'accetta come aveva già notato Frank Manila, ovvero la scena comincia con Wilson che parla alla ragazza senza che questa appaia sulla scena stessa o vi entri successivamente, come se stesse parlando a un muro... Per dovere di cronaca a quanto pare la colpa è del moscerino...
Link streaming: http://www.piratestreaming.com/film/midnight-in-paris.html

Scheda Film
Regia: Woody Allen
Anno e Nazione: 2011, USA
Adieu
Etichette:
Anni 20',
Comedy,
Nostalgia,
Romanticherie,
USA,
Woody Allen
martedì 13 dicembre 2011
Severance

Vi ricordate di un certo Ragionier Filini? Quel tizio che nell'epica serie fantozziana organizzava gite di lavoro improponibili, in posti assurdi, con risultati tragicomici? Ecco, nel nostro"Severance" una situazione del genere si ripropone, in salsa molto british e con picchi di horror splatter, quando un gruppo di lavoratori inglesi della Palisade, una multinazionale che vende armi, parte alla volta degli esotici e misteriosi Carpazi. L'obiettivo del viaggio è quello di migliorare la convivenza del gruppo e, di conseguenza, i profitti per l'azienda, peccato che poi il Filini della situazione sbagli rifugio, siamo in una foresta selvaggia, e il bagno di sangue è assicurato.
E dire che il viaggio della nostra combriccola aveva tutti i crismi dell'allegra gita fuori porta, partite di paintball, cene non molto luculliane, e tutte quelle dinamiche di gruppo tra amorini solo accennati e odiosità da colleghi.Se in passato "Hostel", "Them" e compagnia danzante ci hanno insegnato qualcosa è che l'Europa centro-orientale, per quanto bella, affascinante e low cost, non è affatto un posto sicuro. Sia che la si consideri come meta del turismo sessuale, che come locus amoenus nel quale ritrovare serenità per esprimere la propria arte, papà Cinema ci ha insegnato che bisogna stare accorti.
In questa ottica "Severance" riesce a destreggiarsi bene tra la commedia nerissima, nella prima parte, e l'horror spumeggiante, nella seconda, infarcendo il tutto con delle venature di satira e critica politica che non rimangono solo a far da sottofondo. E' il caso dei mirabolanti flash sulle origini misteriose dell'azienda Palisade, tra manicomi criminali e ospedali hot, in un contesto che sottolinea, con punte molto ironiche, l'abusatissima retorica del terrorismo, della guerra ovunque e comunque, e l'ombra del capitalismo imperialistico(forse qui esagero!).

Niente male quindi questo "Severance", che nel titolo ha la doppia accezione di liquidazione(lavorativa) e scissione(quella più splatter), diretto con mestiere da Christopher Smith, già intravisto nel discreto "Creep - Il chirurgo", e coadiuvato da un cast di attori in buona forma, in particolare il simpatico e sballatissimo Danny Dyer e lo sfortunato Gordon(Andy Nyman).
La crisi c'è, si fa sentire, e non si può scappare, come il Montismo dilagante ci dice a chiare lettere. Qualche taglio da qualche parte, e in qualche modo, bisogna pur farlo e quindi tutti sui Carpazi!!
Link streaming: http://italia-film.com/film-commedia/11296-severance-tagli-al-personale2007-streaming-film.html
Scheda Film
Regia: Christopher Smith
Anno e Nazione: 2006, Gran Bretagna
Adieu
Etichette:
British Humor,
Christopher Smith,
Comedy,
GB,
Horror,
Serietà,
Splatter
lunedì 5 dicembre 2011
The Walking Dead - II Stagione

*Prima di cominciare la lettura consiglio la visione delle puntate della seconda stagione.
Al termine della prima stagione avevamo lasciato i nostri eroi con la bella esplosione del CDC che spazzava via molte delle speranze di trovare una cura alla pandemia che trasforma i morti in non morti. Da lì ricomincia il cammino del gruppo, con direzione Fort Benning, in cerca di nuove possibilità di sopravvivenza. Durante il viaggio, però, una serie di sfortunati eventi(t'oh! c'è da aspettarselo) rallentano di molto il passo: Sophia, la figlia di Carol, si perde tra i boschi(colpa di Rick) e cominciano estenuanti e infruttuose ricerche; Carl il figlio della coppia più scoppiata della terra, Rick - Lori, viene casualmente ferito da un colpo di fucile, e per questo rischia di morire.
Il gruppo è costretto a deviare il percorso verso l'accogliente fattoria di Hershel, il veterinario che proverà la complicata operazione, non prima che Shane e lo sfortunato Otis vadano a prendere gli strumenti necessari. Non mi spingo oltre con la trama in quanto a me personalmente annoia, e soprattutto, come detto sopra, spero che chi sta leggendo abbia già visto le puntate in questione.

Se partiamo dalla fine credo che l'ottima ultima puntata, con pathos e sorpresina compresa, è servita a metter un pò di sporcizia sotto il tappeto, nascondendo quindi parte delle magagne della seconda stagione. Ma niente di nuovo, perchè più o meno sono le stesse magagne che già si notavano nella prima: un'eccessiva lentezza, un'irritante mancanza di azione, e la paura... non la nominiamo neppure!!
Va bene questa sorta di "sociologia della sopravvivenza" che deve essere mostrata e approfondita, ma si sta tirando un pò troppo la corda con dialoghi lunghissimi e sterili che non portano da nessuna parte. E' pur vero che a Darabont non si chiede di fare il Romero di turno, ma un pò di audacia registica servirebbe come il pane in una serie che in ogni caso piace per l'ottima resa visiva e il buon cast.
Quanto al cast, è migliorata sensibilmente la cura dei personaggi, in particolare quelli secondari, che intraprendono percorsi autonomi nella storia. E' il caso del rapporto "particolare" tra l'anziano Dale e la lunatica Andrea, o il simpatico americancoreano Glenn che cade in love con chi non dovrebbe, ma soprattutto Daryl lo scorbutico dal cuore, sotto sotto, buono che si disegna addosso, sempre di più, il ruolo di antieroe.



A proposito di antieroi come non citare Shane, l'anima nera, il vero cinico bastardo della serie, che fa da contraltare negativo allo smunto presunto protagonista Rick, che, appesantito dal fardello di dover mostrare la faccia buona e magnanima di questa strenua lotta per la sopravvivenza, finisce per appiattirsi nel ruolo del felice e cornuto maritino della snervante gatta morta, e sepolta, impersonata da Lori.
Infine viene da chiedersi che fine abbiano fatto i veri protagonisti della storia: i walkers, gli erranti, gli Zombie! Quelli che un tempo erano tra le maschere più interessanti e politicizzate del Cinema horror adesso appaiono soltanto come dei goffi bersagli in movimento, privi di verve, affatto temibili, e semplici comprimari nella serie, più drama che horror, firmata da Frank Darabont.

Scheda Serie Tv
Regia: Frank Darabont
Anno e Nazione: 2011, USA
Mainc Characters: Andrew Lincoln, John Bernthal, Sarah Wayne Callies
Adieu
Etichette:
Drama,
Frank Darabont,
Horror,
Serie TV,
Si può dare di più,
Survival,
USA,
Zombies
venerdì 2 dicembre 2011
La Cosa - 2011

Quando qualche mese fa recensii "La Cosa" di John Carpenter salutai con poco favore la realizzazione del prequel, scrivendo così: "notizia di questi tempi è che in rampa di lancio c’è il prequel ambientato nell'accampamento norvegese. Pazienza! Il meccanismo prequel/sequel/remake/reboot sembra aver fagocitato anche La Cosa…".
Beh, per quanto snob fosse il mio giudizio, davvero non intravedevo nulla di positivo in una operazione del genere, e invece...
Siamo sempre in Antartide nel 1982, un gruppo di ricercatori norvegesi trova una navicella spaziale intrappolata tra i ghiacci da milioni di anni, dentro di essa viene rinvenuta una creatura aliena dall'aspetto mostruoso, apparentemente morta. Per completare le ricerche che potrebbero dare risultati rivoluzionari chiedono l'ausilio di una giovane paleontologa e un paio di elicotteristi americani.

Tornati nel campo di ricerca cominciano i festeggiamenti per la straordinaria scoperta, soltanto che la creatura non è affatto morta...
Davvero ottima la prova del semisconosciuto regista olandese Matthijs van Heijningen Jr.(pure questo per scriverlo devo copiaincollarlo) alle prese con il prequel di uno dei migliori lavori di Carpenter, ambientato temporalmente tre giorni prima rispetto al capitolo del 1982. Per non scontentare gli aficionados il regista sceglie la strada dell'usato sicuro, rendendosi il più possibile aderente alla fattura visiva carpenteriana, seguendone anche il senso del messaggio di fondo, nonostante potesse scegliere la strada di una certa autonomia narrativa in quanto non si trattava di un remake. Ripropone e accentua l'intricato meccanismo di sospetti che già nell'opera di Carpenter veniva proposto, che rappresentò uno degli spunti di novità rispetto a "La Cosa" di Howard Hawks del 1951, diventata ormai "nonna", nella quale la dialettica del gruppo, che finiva per sfaldarsi tra mille sospetti reciproci, era un tema soltanto accennato.

Merita poi uno spazio particolare sua maestà La Cosa che in questo nuovo capitolo non viene stravolta nell'estetica e nel carattere, anzi, grazie agli effetti visivi che il cinema di oggi permette, è ancora di più un'assoluta protagonista, sempre in forma multi tentacolare, multiforme e maledettamente orrorifica.
Insomma van Heijningen Jr. se la cava tutto sommato bene, rischiando il meno possibile, permettendosi soltanto un finale un pò più fantascientifico, con chiari influssi del buon"Alien" e cinema di genere. Nel nutrito cast di attori spicca la super onnisciente paleontologa interpretata dalla bella Mary Elizabeth Winstead("Grindhouse") che si barcamena con sapienza in mezzo ai tanti biondi, tra questi mi hanno divertito non poco i rozzi norvegesi che non capivano un'H di inglese.
Detto questo non voglio porre limiti ad un sequel o remake che si voglia, questo è andato bene, il prossimo chissà...
Link streaming: http://italia-film.com/film-fantascienza/19824-la-cosa-subita-2011-streaming-film-megavideo.html

Scheda Film
Regia: Matthijs van Heijningen Jr.
Anno e Nazione: 2011, USA
Adieu
Etichette:
Fantascienza,
Horror,
Matthijs van Heijningen Jr.,
Prequel,
Sci-Fi,
USA
mercoledì 30 novembre 2011
Melancholia

Sarà colpa del fatidico 2012 che si avvicina, sarà che ormai si guarda più allo spread che ai risultati della claudicante Inter di quest'anno, sarà che prima o poi a tutti tocca chiedersi come, quando e perchè finiremo, sarà quindi che in questo deprimente contesto ci sta pure, puntuale come la sveglia al mattino, la tanto attesa sentenza del regista vivente più discusso e discutibile in circolazione: sua nazistà Lars Von Trier. E dico nazistà per il noto e, a mio parere, esilarante siparietto svoltosi a Cannes quando un Von Trier sopra le righe dice di provare una certa empatia per il nazismo e Hitler. Insomma un vero colpo di genio che ingrossa a dismisura l'aura del personaggio creando sgomento generale, con una esterrefatta Kirsten Dunst accanto, e un sacco di giornalisti che non credono di trovarsi lì in quel momento, con cotanta botta di culo.

Nonostante il gustoso antefatto, "Melancholia" si presenta con tutti i crismi della rispettabilità: una storia sulla fine del mondo diretta da un regista che salomonicamente definirei "originale", e un cast di stelle più o meno lucenti(e col meno mi riferisco all'inutile Kiefer Sutherland).
La storia si divide in due capitoli, che portano il nome delle due sorelle protagoniste, Justine e Claire. Il primo capitolo è ambientato in una villa da sogno con campo da golf collegato(ben 18 buche!) dove si svolge il matrimonio della bella Justine, ovvero Kirsten Dunst e le sue tette, che sposa un altrettanto bello, ma poveraccio è pure cornuto, marito. Attorno agli sposi troviamo Claire, la sorella che organizza il tutto, il marito di lei, la madre e il padre di loro, e una gran quantità di emeriti e rispettabili invitati. Il matrimonio non è che poi sia sta gran favola: i rapporti interni alla famiglia sono eufemisticamente fragili e vengono fuori in tutto il loro splendore. Nel secondo capitolo troviamo il momento successivo al matrimonio, quando nella stessa villa le due sorelle e il marito di Claire, con figlio, vivono l'imminente impatto del pianeta Melancholia sulla Terra, con sensazione da "ultima spiaggia" annessa.
Come detto in precedenza in Lars Von Trier c'è tanto di discutibile, sorvolando sul personaggio/regista che si è costruito, anche il suo cinema, che piaccia o no, fa tanto discutere. Di discutibile in "Melancholia" c'è una durata enorme se rapportata ai ritmi da flebo di caffè che il regista danese impone sin dall'intro artificioso mandato in onda a rallentatore, che, per quanto bello a vedersi, tende già a metter a dura prova i nervi di chi guarda.

A questo bisogna aggiungere un primo capitolo verboso e privo di sussulti, nonostante un paio di personaggi teoricamente interessanti come la madre autoritaria interpretata da Charlotte Rampling e il padre godereccio, John Hurt, entrambi fuori forma e mal utilizzati.
Il secondo capitolo invece mostra qualche spunto interessante: il rapporto tra le sorelle cambia con il cambiare delle atmosfere, la lunatica e depressa Justine con la fine imminente trova spunti di serenità e forza, al contrario l'iper controllata Claire(Charlotte Gainsbourg) della prima parte inizia a dare segni di cedimento mentale complice anche un marito che le spara grosse(quell'inutile Sutherland di prima). Come se la pazzia fosse l'unico modo per accettare la morte, anzi la fine di tutto.
Il finale è sicuramente di impatto(in tutti i sensi), che poi Melancholia mi sia piaciuto ancora non so dirlo, e continuo a domandarmelo, di certo mi rimangono sensazioni contrastanti. La lunghezza e i ritmi snervanti non aiutano di certo, ma la lettura della seconda parte mi intriga per l'atmosfera di serenità e rassegnazione creata dall'imminente fine, lontana da ogni isterismo e confusione che il momento potrebbe causare. Proprio nella Fine la grande protagonista torna ad essere la Natura, placida protagonista che accompagna l'umanità verso il proprio destino.
Link streaming: http://italia-film.com/film-drammatici/18232-melancholia-ita-2011-streaming-film-megavideo.html

Scheda Film
Regia: Lars Von Trier
Anno e Nazione: 2011, Danimarca - Francia - Germania - Svezia
Adieu
Etichette:
Danimarca,
Drama,
Europei,
Fantascienza,
Fine Del Mondo,
France,
Germany,
Lars Von Trier,
Lentezza,
Nazi,
Svezia
giovedì 24 novembre 2011
Il Marito Perfetto

Nicola e Viola sono una coppia di trentenni che decide di passare qualche giorno in un bel casale di campagna per potersi finalmente rilassare, gettare alle spalle qualche ansia e, magari, pianificare di metter su famiglia. Tra un paesaggio da cartolina, una cena romantica, e un letto ornato con petali di rosa e candele tutto sembra procedere per il meglio... ovvero un bagno di sangue!!
Lucas Pavetto, l'ottimo regista del mediometraggio "Il marito perfetto", presenta così la sua opera:"Vi siete mai soffermati a chiedervi se la persona che avete al vostro fianco è davvero chi pensate che sia? Siete pronti a giurare che conoscete bene quali sono i pensieri e le molle che spingono il comportamento del vostro compagno di vita? E siete sicuri di conoscere anche voi stessi altrettanto bene?"

Per quanto inquietanti siano le domande credo che l'idea di un mondo composto di sole Sandra e Raimondo si possa ritenere superata, non è detto che vada a finire sempre come in "Shining", ma a tutti può capitare di avere Olindo Romano come marito(e pensare che io c'ho la coppia clone come vicini di pianerottolo, vantandomene!)
Comunque sia le vie dell'amore sono infinite, così come le manifestazioni di affetto annesse. E dire che la coppia del film aveva tutte le carte in regola per durare: bella lei, bello lui, un futuro apparentemente roseo, ma qualche scheletro di troppo dentro l'armadio.
Ispirato al cinema francese, per stessa ammissione del regista, in "Il marito perfetto" non mancano echi del buon splatter transalpino degli ultimi anni, su tutti "Alta Tensione" di Alexandre Aja, e qualche flash e atmosfera che ricorda "A l'interieur"(sarà colpa mia che lo rivedo ovunque...).

Il risultato è davvero interessante: 40 minuti tesi e concentratissimi, nessun punto morto nella storia, attori non troppo asini(lei è bona, o quantomeno a me piace), il sangue non manca, i trucchi di scena sono molto old school, la scena da ricordare c'è(il vigilante), e il finale, pur sapendo di già visto, non si rende affatto insopportabile.
Tutto grasso che cola nel cadente contesto dell'horror italiano recente, grazie a una produzione indipendente low budget, che fa ben sperare, e un regista che intelligentemente lavora su un tema attraente senza mandarla troppo per le lunghe. Buona fotografia e cura dei particolari(vero In The Market?) che rendono il tutto molto credibile.
Onore al merito!
Il film è visionabile integralmente aggratis nel sito del regista, insieme ad altri suoi corti e mediometraggi: http://www.lucaspavetto.com/ilmaritoperfetto/

Scheda Film
Regia: Lucas Pavetto
Anno e Nazione: 2011, Italia
Adieu
Iscriviti a:
Post (Atom)











