

L’idea del replicante offre una chiave di lettura interessante, sono prodotti dall’Uomo stesso per servirsene per mansioni scomode o faticose, sono però anche un prototipo di uomo perfetto, sono fisicamente belli ed efficienti, ma soprattutto sono dotati di un cervello intelligente e dotato di ricordi, che gli ingegneri stessi hanno inserito nella loro mente. L’unica discriminante rispetto agli uomini è quella emozionale, infatti i replicanti non sono capaci di gestire le emozioni. Su questo aspetto il regista costruisce la storia, Deckard finisce per innamorarsi di una replicante che dovrebbe egli stesso eliminare, ma possibilmente, tra le diverse letture, è egli stesso un replicante sfuggito al controllo e riprogrammato per eliminare gli altri. I ricordi e le emozioni assumono centralità assoluta nel discorso di Scott: i replicanti sono stati ideati per essere “più umano dell’umano”, come recita lo slogan pubblicitario della Tyrrel Corporation, ma in pratica sono oggetti, dotati di ricordi prefabbricati ma soprattutto di emozioni, in cosa sono quindi diversi dai veri uomini? Possibilmente in nulla, l’Uomo ha creato un suo Altro, forse migliore, e per questo vuole eliminarlo. Il replicante Roy uccide il proprio “padre”, come un novello Edipo, per poter avere la vita. L’empatia è proprio verso i replicanti perché ancora dotati di capacità di emozionarsi in un contesto ambientale degradante e mortifero. La colomba bianca che il replicante Roy lascia volare poco prima di morire è un segno di speranza per la vita dell’umanità.
Vi è quindi
nell’impianto distopico del Blade Runner
di Scott un barlume di positività, una luce fioca in fondo al tunnel: nonostante
l’Uomo abbia fallito ha prodotto un altro sé che sembra potersi regalare una
seconda possibilità.
Vista la centralità
che le emozioni rivestono nel film di Scott ho pensato di confrontare questo
elemento con la recente opera di Charlie Brooker.

Nel terzo episodio
della prima stagione di Black Mirror
intitolato “The entire history of you” si racconta la storia di una coppia di
giovani coniugi appartenenti all’alta borghesia inglese felicemente sposati e
con un bambino piccolo. La tranquillità della coppia viene turbata quando il
marito scopre un vecchio tradimento della moglie. In questo episodio l’elemento
tecnologico presente è quello di un microchip inserito dietro l’orecchio di
gran parte degli uomini, questo strumento permette la continua registrazione e
immagazzinamento della vita vissuta, e quindi dei ricordi di tutti coloro che
lo possiedono. Tramite un piccolo telecomando è possibile rivedere in ogni
particolare il ricordo selezionato. L’impatto drammatico dell’elemento
tecnologico in questione appare devastante, la continua possibilità di poter
rivivere i ricordi belli e positivi priva del tutto i protagonisti dal
godimento della vita in divenire, aumentando in essi la smania di controllo sul
vissuto della persona che si ha accanto: tutto viene registrato e può essere
mandato avanti e indietro, ingrandito e sezionato istante dopo istante
all’infinito. Chi non possiede questo chip impiantato dietro l’orecchio è
considerato strano e fuori dal mondo. Così il ricordo diventa un oggetto e una
merce, che può essere impiantato da una persona a un’altra nella più totale spersonalizzazione
del vissuto, proprio come capitava ai replicanti di Blade Runner dotati di ricordi di altre persone e che finivano per
considerare facenti parte del proprio vissuto. Sono poi soprattutto le emozioni
a svuotarsi del tutto della propria carica distintiva, se per i replicanti
erano un richiamo a un cartesiano “provo emozioni quindi sono” nei protagonisti
dell’episodio di Black Mirror sono un
qualcosa che non ha più senso vivere perché si hanno già dentro la propria
testa(o forse proprio hard disk?) e che in qualsiasi momento conviene
selezionare e rivivere da lì senza il rischio e il brivido che può offrire la
vera vita vissuta.
Viene da chiedersi se lo
scenario che ci propone l’episodio di Black
Mirror è così lontano dalla nostra quotidianità. L’uso dei microchip sotto
pelle è ampiamente diffuso da anni, in particolare per gli animali domestici.
Inoltre la possibilità di immagazzinare una gran quantità di informazioni
dentro dispositivi molto piccoli si è altrettanto diffusa e sviluppata. La
capacità con la quale Brooker tocca i tasti dolenti del rapporto tra l’uomo e i
mezzi tecnologici è a mio avviso davvero stupefacente. Se in Blade Runner era l’impalcatura visiva e
ambientale a costruire una distopia terrificante ma al tempo stesso lontana
dalla vita di ogni giorno, in Black
Mirror è al contrario la quotidianità e normalità dell’ambientazione che
crea sgomento e fa venire un forte senso di vertigini nei confronti dell’uso
malato e incontrollato dei mezzi tecnologici.
Filmografia:
- Blade Runner, Ridley Scott, 1982, USA
- Black Mirror, Charlie Brooker, "The entire history of you", Stagione I Episodio III, 2011, GB
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