Blade Runner è ambientato nella Los Angeles del 2019, il cui aspetto è
profondamente mutato, Scott ci propone una metropoli spettrale e inquietante, con
enormi palazzi dove il nuovo si mescola a un barocco di maniera, illuminata da
neon colorati con immagini pubblicitarie ridondanti e ossessive che scorrono su
schermi al LED, battuta incessantemente da piogge acide e avvolta in fumi
bianchi, dove la notte è preponderante sul giorno. Dentro di essa scorre
un’umanità frenetica e disordinata e sempre più asiatica che si muove tra
macchine(poche) che viaggiano nell’aria e altre(tante) che stancamente provano
a muoversi su strade intasate. Chi può permetterselo può migrare verso le
colonie extramondo, la stragrande maggioranza invece è destinata a vivere
dentro questa grande e sventurata China Town. Il progresso tecnologico ha
portato l’Uomo a replicare se stesso sotto forma di replicanti, alcuni di
questi sono sfuggiti al suo controllo e un poliziotto dell’unità speciale Blade Runner, Rick Deckard, dovrà
trovarli per eliminarli. Scott ci offre una visione di un futuro chiaramente
pessimistica dove l’avanzamento tecnologico fa ancora i conti con elementi del
passato, dove l’istanza ambientalista è presente: il pianeta è saturo nelle sue
risorse ed è sovraffollato, gli animali sono in gran parte estinti e per questo
non si possono più mangiare, l’umanità del pianeta terra ha ormai i giorni
contanti, una scadenza proprio come quella dei replicanti che essa stessa ha
messo al mondo.
L’idea del replicante
offre una chiave di lettura interessante, sono prodotti dall’Uomo stesso per
servirsene per mansioni scomode o faticose, sono però anche un prototipo di
uomo perfetto, sono fisicamente belli ed efficienti, ma soprattutto sono dotati
di un cervello intelligente e dotato di ricordi, che gli ingegneri stessi hanno
inserito nella loro mente. L’unica discriminante rispetto agli uomini è quella
emozionale, infatti i replicanti non sono capaci di gestire le emozioni. Su
questo aspetto il regista costruisce la storia, Deckard finisce per innamorarsi
di una replicante che dovrebbe egli stesso eliminare, ma possibilmente, tra le
diverse letture, è egli stesso un replicante sfuggito al controllo e
riprogrammato per eliminare gli altri. I ricordi e le emozioni assumono
centralità assoluta nel discorso di Scott: i replicanti sono stati ideati per
essere “più umano dell’umano”, come recita lo slogan pubblicitario della Tyrrel
Corporation, ma in pratica sono oggetti, dotati di ricordi prefabbricati ma
soprattutto di emozioni, in cosa sono quindi diversi dai veri uomini? Possibilmente
in nulla, l’Uomo ha creato un suo Altro, forse migliore, e per questo vuole
eliminarlo. Il replicante Roy uccide il proprio “padre”, come un novello Edipo,
per poter avere la vita. L’empatia è proprio verso i replicanti perché ancora
dotati di capacità di emozionarsi in un contesto ambientale degradante e
mortifero. La colomba bianca che il replicante Roy lascia volare poco prima di
morire è un segno di speranza per la vita dell’umanità.
Vi è quindi
nell’impianto distopico del Blade Runner
di Scott un barlume di positività, una luce fioca in fondo al tunnel: nonostante
l’Uomo abbia fallito ha prodotto un altro sé che sembra potersi regalare una
seconda possibilità.
Vista la centralità
che le emozioni rivestono nel film di Scott ho pensato di confrontare questo
elemento con la recente opera di Charlie Brooker.
Black Mirror è una serie tv inglese che ha avuto ampia
diffusione presso i canali alternativi del web, rendendola di fatto, in
pochissimo tempo, un vero e proprio cult. Il suo sguardo distopico ha per
oggetto ogni forma di tecnologia che si trova nella nostra vita quotidiana,
quello “specchio nero” che si riferisce agli schermi che sempre di più arredano
la vita dell’uomo. Il futuro al quale questa serie si riferisce è più che
prossimo, affatto lontano dal presente che viviamo, in alcuni episodi della
serie si ha a che fare con tecnologie che sono già ampiamente presenti e
diffuse nella quotidianità. Brooker non si spinge più di tanto in là con la
fantasia o con le lancette del tempo, ci mostra come i diversi elementi
tecnologici, dai social network agli schermi ultrapiatti e i cellulari di
ultima generazione, non siano più soltanto degli strumenti della quotidianità
ma finiscono per essere un prolungamento della nostra stessa esistenza. I meccanismi di assuefazione e dipendenza
dalle tecnologie si instaurano in maniera sempre più subdola ed invisibile
nella vita di ogni giorno. L’ideatore di Black
Mirror non ha bisogno di dipingere ambientazioni dalle tinte fosche e
apocalittiche come quelle di Scott in Blade
Runner, anzi al contrario ci mostra una Gran Bretagna(che potrebbe essere
qualsiasi altro posto nel mondo) come ogni giorno vediamo il mondo dalla nostra
finestra. Le navicelle spaziali ancora non esistono, e le piogge acide di Blade
Runner non affliggono l’umanità, ma
al contrario tutto è molto normale e banale. Ciò che davvero colpisce e
costruisce una immaginario distopico della realtà è la forte mancanza di
speranza che l’opera nel suo insieme finisce per offrirci.Ho
voluto isolare un episodio particolare di Black
Mirror che in maniera ideale ho ricollegato con l’elemento da me analizzato
in Blade Runner, ovvero quello
emozionale.

Nel terzo episodio
della prima stagione di Black Mirror
intitolato “The entire history of you” si racconta la storia di una coppia di
giovani coniugi appartenenti all’alta borghesia inglese felicemente sposati e
con un bambino piccolo. La tranquillità della coppia viene turbata quando il
marito scopre un vecchio tradimento della moglie. In questo episodio l’elemento
tecnologico presente è quello di un microchip inserito dietro l’orecchio di
gran parte degli uomini, questo strumento permette la continua registrazione e
immagazzinamento della vita vissuta, e quindi dei ricordi di tutti coloro che
lo possiedono. Tramite un piccolo telecomando è possibile rivedere in ogni
particolare il ricordo selezionato. L’impatto drammatico dell’elemento
tecnologico in questione appare devastante, la continua possibilità di poter
rivivere i ricordi belli e positivi priva del tutto i protagonisti dal
godimento della vita in divenire, aumentando in essi la smania di controllo sul
vissuto della persona che si ha accanto: tutto viene registrato e può essere
mandato avanti e indietro, ingrandito e sezionato istante dopo istante
all’infinito. Chi non possiede questo chip impiantato dietro l’orecchio è
considerato strano e fuori dal mondo. Così il ricordo diventa un oggetto e una
merce, che può essere impiantato da una persona a un’altra nella più totale spersonalizzazione
del vissuto, proprio come capitava ai replicanti di Blade Runner dotati di ricordi di altre persone e che finivano per
considerare facenti parte del proprio vissuto. Sono poi soprattutto le emozioni
a svuotarsi del tutto della propria carica distintiva, se per i replicanti
erano un richiamo a un cartesiano “provo emozioni quindi sono” nei protagonisti
dell’episodio di Black Mirror sono un
qualcosa che non ha più senso vivere perché si hanno già dentro la propria
testa(o forse proprio hard disk?) e che in qualsiasi momento conviene
selezionare e rivivere da lì senza il rischio e il brivido che può offrire la
vera vita vissuta.

Viene da chiedersi se lo
scenario che ci propone l’episodio di Black
Mirror è così lontano dalla nostra quotidianità. L’uso dei microchip sotto
pelle è ampiamente diffuso da anni, in particolare per gli animali domestici.
Inoltre la possibilità di immagazzinare una gran quantità di informazioni
dentro dispositivi molto piccoli si è altrettanto diffusa e sviluppata. La
capacità con la quale Brooker tocca i tasti dolenti del rapporto tra l’uomo e i
mezzi tecnologici è a mio avviso davvero stupefacente. Se in Blade Runner era l’impalcatura visiva e
ambientale a costruire una distopia terrificante ma al tempo stesso lontana
dalla vita di ogni giorno, in Black
Mirror è al contrario la quotidianità e normalità dell’ambientazione che
crea sgomento e fa venire un forte senso di vertigini nei confronti dell’uso
malato e incontrollato dei mezzi tecnologici.
Filmografia:
- Blade Runner, Ridley Scott, 1982, USA
- Black Mirror, Charlie Brooker, "The entire history of you", Stagione I Episodio III, 2011, GB